La linguaccia

scritto da ele_rubi
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Storia di Cristina e dell'adulta che nessuno vede.
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Testo: La linguaccia
di ele_rubi

Cristina aveva ventiquattro anni, era alta poco più di un metro e cinquanta e sembrava fatta apposta per non essere presa sul serio.

Aveva i capelli biondo platino, quasi bianchi, una grossa frangia calata davanti agli occhi azzurri e una faccia piccola, liscia, da bambolina. Quando parlava si muoveva tutta: le mani, le spalle, la te­sta. Le parole le uscivano velocissime, una dietro l’altra, e se qualcuno non capiva lei ripeteva la fra­se ancora più in fretta, come se il problema fosse quello.

Quando si arrabbiava faceva la linguaccia.

Non per scherzo. La faceva davvero.

Tirava fuori la linguetta biancastra, strizzava gli occhi e rimaneva così per qualche secondo.

Diego la trovava divertente.

«Sei scema.»

Cristina gli faceva la linguaccia.

«Vedi?»

«Cosa?»

«Questa.»

E la rifaceva.

Viveva con sua madre e suo padre in un ap­partamento di due piani, tutto suo. L'aveva com­prato con un mutuo di cui parlava raramente e che pagava ogni mese senza dimenticarsene mai. Suo padre faceva il camionista e stava via anche tre o quattro giorni di fila. Sua madre lavorava poco e teneva la casa.

Dei due genitori, lei era l’unica che mastica­va qualche parola di italiano.

Cristina lavorava in un negozio di abbiglia­mento sulla strada principale.

Diego aveva cominciato a passare davanti al negozio senza avere niente da comprare.

La prima volta aveva chiesto una cintura.

La seconda un paio di pantaloni che non ave­va intenzione di comprare.

La terza era entrato soltanto per portarle un cioccolatino e dirle che con i capelli così sembrava una Barbie.

Cristina gli aveva risposto che lui sembrava Ken dopo un incidente.

Da allora avevano preso a frequentarsi.

Quella sera lo aveva invitato a casa sua.

Aveva preparato la cena.

Quando Diego vide il piatto rimase fermo qualche secondo.

«Cos'è?»

«Pasta.»

«Quello lo vedo.»

«Polpette.»

«Anche quello.»

«E insalata.»

Nel piatto c'erano penne al pomodoro, quat­tro polpette e una montagna d’insalata verde.

Tutto insieme.

«Ma perché?»

«Perché così mangi tutto.»

Diego prese una forchetta.

«Sei matta.»

«Mangia.»

«Mangiate questa roba in Moldavia?»

«No. Ma a me piace così.»

«Tutta insieme?»

Cristina annuì.

«È più buona.»

Diego assaggiò.

«Non è male.»

«Vedi?»

Cristina sorrise soddisfatta e cominciò a mangiare anche lei, infilzando nello stesso bocco­ne una penna, un pezzo di polpetta e una foglia d'insalata.

Diego la guardò.

«Sei proprio una bambina.»

Cristina gli fece la linguaccia.

Dopo cena andarono in camera sua.

Cristina aveva scelto un film che Diego non conosceva: la storia di mago Merlino.

«Questo fa schifo.»

«Non è ancora iniziato.»

«Lo so già.»

Si sedettero sul letto.

Diego le mise un braccio intorno alle spalle.

Cristina glielo tolse.

Lui glielo rimise.

Lei glielo tolse di nuovo.

«Sei pesante.»

«Ti piace.»

«No.»

«Sì.»

«No.»

«Sì.»

Cristina sbuffò.

Diego rise e la baciò.

Lei ricambiò.

Poi lui cercò di avvicinarsi ancora, prenden­dole il viso tra le mani.

«Piano.»

«Perché?»

«Perché sì.»

La baciò di nuovo.

Cristina rimase con gli occhi chiusi, poi si staccò.

«Guardiamo il film.»

«Dopo.»

«Adesso.»

«Sei impossibile.»

«Lo so.»

Diego le sorrise.

Continuò a cercarla, con quella sicurezza che aveva sempre con sé, come se prima o poi Cristina dovesse stancarsi di dirgli di no.

Lei non si stancava.

Lo lasciava fare.

Gli prendeva la mano.

Gli si rannicchiava addosso.

Poi, quando lui provava ad andare oltre, gli spostava la mano e gli dava un altro bacio.

Era diventato quasi un gioco.

Solo che Diego non aveva ancora capito le regole.

A un certo punto il telefono di Cristina vibrò sul comodino.

Lei guardò lo schermo.

«Mamma.»

Rispose.

«Da.»

La voce cambiò.

Non diventò più dolce. Né più adulta nel modo in cui lo diventano le persone quando parla­no con qualcuno che rispettano.

Semplicemente smise di correre.

«No, mamma. Domani no. Domani devo an­dare in banca.»

Diego rimase immobile.

Cristina ascoltò.

«Per il mutuo, sì. Te l'ho detto ieri.»

Silenzio.

«No, papà non deve fare niente. Ci penso io.»

Ascoltò ancora.

«Sì. Ho pagato anche il gas.»

Si alzò dal letto e andò verso la finestra.

«La revisione la faccio venerdì. Quando tor­na papà gli dici che ho chiamato io.»

Un'altra pausa.

«No, non serve che vieni con me.»

Cristina guardò fuori, giocando a flettere un dito contro il davanzale.

«Mamma: ce la faccio da sola.»

Diego sorrise.

Lei si voltò verso di lui.

Era seria.

«Sì. Va bene. Domani ti chiamo io.»

Riattaccò.

Per qualche secondo restò col telefono in mano.

Poi tornò sul letto.

«Che c'è?»

«Niente.»

«Mi guardi.»

«Sì.»

«Perché?»

Diego fece spallucce.

«Così.»

Cristina lo fissò.

Poi gli fece la linguaccia.

Il gesto era identico a prima.

Solo che questa volta Diego non rise.

«Che hai?»

«Niente.»

«Sei strano.»

«Tu sei strana.»

«E tu sei stupido.»

Si rimise sotto le coperte e fece partire il film.

Dopo un attimo, però, Diego disse: «Quindi la casa è davvero tua?»

Cristina continuò a guardare lo schermo.

«Sì.»

«Pensavo fosse di tuo padre.»

«No.»

«E il mutuo lo paghi tu?»

«Sì.»

«Da sola?»

Cristina lo guardò.

«Con i soldi che prendo.»

«Ah.»

«Che c'è?»

«Niente.»

«Ancora?»

Diego sorrise.

«Niente.»

Cristina si avvicinò e gli diede un piccolo morso sulla guancia.

«Stupido!»

«E tu sei una bambina.»

Cristina gli fece la linguaccia.

Lui questa volta rise.

Lei anche.

Poi tornarono a guardare il film.

Più tardi fu il turno del telefono di Diego.

Vibrò tanto forte da sembrare un calabrone.

Lui guardò il display e poi riattaccò.

Non fece il nome.

Non serviva.

Cristina aveva già capito.

«Ancora lei?»

«Sì.»

«Ma non convive?»

«Sì.»

«E tu aspetti che lo lasci?»

«Non lo so.»

Cristina scattò a sedere.

«Lo sai!»

Diego non rispose.

«Lei ti piace.»

«Sì.»

«Più di me.»

Diego abbassò gli occhi.

«È un’altra cosa.»

Cristina storse il naso.

«Risposta diplomatica.»

«Mi piace.»

«Ma dai?»

«Anche tu sei bella.»

«Questo non c'entra.»

«C'entra.»

«No.»

Cristina si sdraiò di nuovo.

«Lei non lo lascia.»

«No.»

«E allora vieni da me.»

Diego le cinse un fianco con la mano.

Cristina non staccava gli occhi dal soffitto.

«Comodo...»

«Non è così.»

«È così.»

«Anche tu.»

Cristina lo guardò.

«Anche io cosa?»

«Mi piaci.»

«Non abbastanza.»

Diego rimase zitto.

Cristina sorrise e sbuffò insieme.

Non era triste.

«Non ti preoccupare.»

«Per cosa?»

«Per me.»

«Non sono preoccupato.»

«Meglio.»

Lo baciò.

Lui cercò di stringerla.

Cristina si lasciò stringere.

Poi si staccò.

«Basta.»

«Perché?»

«Perché basta.»

«Sei tremenda.»

«E tu stupido!»

Diego cercò di strapparle un sorriso con gli occhi.

«Sei sicura che non vuoi?»

Cristina annuì e poi spense la luce.

Diego restò nel letto.

Dopo un po' le mise una mano sulla schiena.

Lei non si mosse.

«Cristina.»

«Cosa?»

«Sei arrabbiata?»

«No.»

«Davvero?»

«Sì.»

«Mi fai la linguaccia?»

Cristina si voltò nel buio.

«No.»

La mattina dopo sarebbe dovuto partire presto.

Lei gli aveva già preparato il caffè.

Sua madre dormiva ancora, nel piano di sopra.

Suo padre era tornato durante la notte e ave­va lasciato le chiavi del camion sul mobile dell'ingresso.

Diego le prese in mano.

«Queste sono di tuo padre?»

«Sì.»

«Fa il camionista?»

«Sì.»

«È tuo anche il camion?»

Cristina gli strappò le chiavi di mano.

«Stupido!»

«Bella.»

«Vai a casa.»

Diego sorrise.

«Sei cattiva.»

«Vai!»

«Mi mandi via?»

«Sì!»

Lui si chinò per baciarla.

Cristina si lasciò baciare.

Diego uscì ridendo, ma fu come se si aspet­tasse qualcosa da lei. Qualcosa che non arrivò.

Cristina chiuse la porta.

Rimase ferma nell'ingresso.

Poi andò in cucina.

Sul tavolo c'era la bolletta del gas.

La prese.

La piegò a metà.

Sua madre la chiamò da di sopra.

«Cristina?»

«Sì?»

«Hai già fatto il caffè?»

«Sì, mamma.»

La sua voce era tornata quella di sempre.

Veloce.

Leggera.

Quasi infantile.

Riattaccò il telefono, prese due tazze e salì le scale.

Prima di entrare in camera della madre passò davanti allo specchio dell'ingresso.

Si guardò intensamente in quegli austeri oc­chi azzurri, sotto la grande frangia platinata.

Poi, senza scomporsi, fece una linguaccia.

La linguaccia testo di ele_rubi
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